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Giovedì 15 Gennaio 2009 alle ore 21.30 al Cinema Centrale, il Circolo del Cinema di Lucca presenta UN ALTRO PIANETA di Stefano Tummolini, film acclamato dal pubblico e critica all'ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Di seguito riportiamo una recensione di Marianna Cappi tratta da www.mymovies.it:
«Una mattina d’estate, Salvatore si addentra tra le dune che costeggiano il mare per un incontro occasionale con un uomo; un atto silenzioso e privo di sentimento. Ancora non sa che in spiaggia sta per incontrare un gruppo di donne che lo costringerà a fare i conti proprio con le parole e con i sentimenti, quelli sepolti nel passato e quelli che potrebbero sbocciare in un futuro che ha già fatto capolino. Girato in una settimana in HDV nella spiaggia di Capocotta, nei pressi di Torvajanica, Un altro pianeta di Stefano Tummolini è un prodotto alieno tanto rispetto alle consuetudini produttive –970 euro di budget in tutto, auto-reperiti ed autogestiti- quanto rispetto alla commedia italiana odierna, poiché riporta in auge e in atto il progetto zavattiniano di mostrare novanta minuti consecutivi della vita di un uomo e farne uno spettacolo non di pop art ma di umana materia. Nella finzione, nell’unità di luogo dell’oasi naturista e nell’unità di azione di un’unica giornata, dalla mattina al tramonto, Salvatore è un gay un po’ macho e molto rozzo, che vorrebbe solo starsene in pace con i suoi ricordi ma viene concupito da tre ragazze di passaggio e da un loro amico giovane e malizioso, di nome Cristiano. La staccionata che separa il bagnasciuga dalle dune, separa il crudo realismo della sequenza iniziale dal rohmeriano racconto d’estate che prosegue sulla sabbia. La sintesi di tesi e antitesi apparirà al tramonto, non a caso nell’ora del raggio verde, di nuovo tra le dune, esplorate, questa volta, con sguardo mutato e passo leggero. Dissertando con il mezzo filmico di natura (leopardiana), naturismo e naturalismo, Un altro pianeta raggiunge vette di inatteso spasso e sorprendente calibratura degli ingredienti dolci e amari che lo compongono. I protagonisti, Salvatore e Daniela, si presentano inizialmente con un’identità fittizia, più facilmente riconoscibile e socialmente accettabile (il poliziotto, la zitella), salvo poi svelarsi e svelarci i loro segreti nel calore dell’amicizia che nasce sguardo dopo sguardo, gaffe su gaffe. Parimenti, dietro il lancio che lo vorrebbe scabroso, tra le righe di un dialogo solo apparentemente ingenuo, si dipana un minuetto scritto da uno sceneggiatore rodato (lo stesso Tummolini, all’esordio nella regia del lungometraggio), provato e riprovato con gli attori prima del giorno del ciak, originale e straniante come sono il personaggio di Salvatore e la sua elaborazione del lutto alla luce del sole, possibilmente senza slip.»
Sul sito ufficiale è uscito il nuovo programma del Circolo del Cinema di Lucca al Cinema Centrale e al Complesso di San Micheletto.
Nuovi grandi film in prima visione, la retrospettiva su Roman Polanski e due grandi anteprime: il film su Giacomo Puccini, Puccini e la fanciulla di Paolo Benvenuti e la proiezione del documentario inedito su Billie Holiday in collaborazione con il Circolo del Jazz di Lucca.
Il sondaggio sul primo ciclo del Circolo del Cinema della stagione 2008/09 è stato vinto da TROPA DE ELITE, il film brasiliano diretto da José Padilha del 2007.
Se ve lo siete perso al nostro circolo potete riscoprirlo in DVD o leggendo l'omonimo romanzo da cui è tratto il film scritto da Soares Luiz Eduardo, Batista André e Pimentel Rodrigo.
Al via con il prossimo sondaggio sul secondo ciclo della nostra programmazione. Votate!!!
Giovedì 4 dicembre alle ore 21.30 presso il Cinema Centrale, il Circolo del Cinema di Lucca presenta LEZIONE 21, il film esordio di Alessandro Baricco.
Di seguito una recensione di Valentina D'Amico tratta da movieplayer.it:
«Lezione 21, al di là della storia della Nona Sinfonia di Beethoven contiene una riflessione più ampia sulla genesi di un'opera d'arte, sulla senilità, sullo scorrere del tempo e, in definitiva, sulla morte. Quella di Lezione 21 è la recensione che nessun giornalista vorrebbe mai dover scrivere. Qualsiasi giudizio qualitativo espresso, sia in senso positivo che negativo, susciterà indignazione e dissensi a prescindere. Il perché è presto detto. Alessandro Baricco è un idolo polemico che smuove masse di detrattori, in primis coloro che in lui identificano quella fronda intellettuale del 'vorrei ma non posso' che a parole si propone di elevare la massa italica nutrita a pane e tv, ma nei fatti si piega alle mere esigenze di mercato. A controbilanciare le critiche vi è una nutrita schiera di ammiratori del poliedrico scrittore che segue fedelmente ogni suo nuovo progetto. Muoversi tra questi due opposti è sempre rischioso, comunque la si veda. Alla notizia dell'esordio alla regia di Baricco si è scatenata la fiera del pregiudizio, aggravata ulteriormente dopo la scoperta dell'argomento su cui verte la pellicola da lui diretta: la genesi della Nona Sinfonia di Beethoven. Il coraggio (o l'incoscienza) di misurarsi su un tema su cui, uno dopo l'altro, sono caduti più o meno rovinosamente Agnieszka Holland, Bernard Rose e, ahimé, il nostro Franco Battiato sembra però aver premiato l'intrepido Baricco. Intendiamoci, Lezione 21 è un prodotto in puro Baricco style al 100%, un divertissement intellettuale pieno di citazioni, riferimenti, trovate leziose e strizzate d'occhio al pubblico. Lo scrittore inventa una complessa struttura che si articola su diversi piani temporali, che si intersecano l'uno con l'altro grazie a curiose trovate di montaggio, per svelare il contenuto della lezione più bella dell'eccentrico professor Mondrian Killroy (personaggio già presente nel romanzo City, qui interpretato da John Hurt), quella sulla Nona Sinfonia. La ricostruzione della Lezione 21, filtrata dalla memoria dei suoi allievi più affezionati, ha come obiettivo quello di confutare l'assunto che la Nona sia un capolavoro. Per arrivare allo scopo il professore si serve della storia del violinista Hans Peters (Noah Taylor), trovato morto nel bel mezzo di un lago ghiacciato nel 1824 con il suo violino stretto in mano. Killroy immagina che Peters, sperduto nella neve, incontri una banda di strani personaggi i quali provano a distoglierlo dall'idea che la Nona sia il capolavoro di Beethoven, infierendo in particolar modo sull'Inno alla gioia. Le motivazioni riguardano essenzialmente la vecchiaia, la solitudine e la malattia in cui versa il celebre musicista negli ultimi anni della sua vita, ma la situazione contingente di Beethoven è funzionale a una riflessione più ampia sulla genesi di un'opera d'arte, sulla senilità, sullo scorrere del tempo e, in definitiva, sulla morte. La moltiplicazione delle voci narranti movimenta il pamphlet filosofico scritto da Baricco per permettere al pubblico di seguire il complesso ragionamento di Killroy senza mai annoiarsi. I riferimenti alla contemporaneità, le battute fulminanti, i volti ottocenteschi che interpellano di continuo lo spettatore con effetto straniante, l'ironia sempre presente sono ingredienti fondamentali della lezione baricchiana. Alla brillantezza nel ritmo e nei dialoghi e alla costruzione di personaggi stralunati e picareschi corrisponde una cura formale che svela le ambizioni del Baricco regista di realizzare un'opera non solo godibile, ma anche visivamente elegante e originale. L'estetica di Lezione 21 ricorda vagamente l'ultimo Peter Greenaway, i colori vivaci degli interni e il candore della neve si ispirano a numerosi dipinti ottocenteschi, i tagli delle inquadrature, soprattutto nella parte iniziale della pellicola, ambiscono a ricostruire un universo immaginario, ma tangibile, in cui non manca un pizzico di kitsch. Anche se l'inesperienza del neo regista si vede tutta nelle imperfezioni contenute negli sporadici movimenti di macchina, che tentano faticosamente di accompagnare la musica di Beethoven, vera grande protagonista del film, il risultato complessivo, nel suo barocchismo, risulta gradevole. Tra i vari ammiccamenti e giochi contenuti in Lezione 21, Baricco coglie l'occasione di togliersi qualche sassolino dalla scarpa con la trovata del mucchio delle opere sopravvalutate in cui, a fianco della Nona Sinfonia, fanno bella mostra di sé l'Ulysses di Joyce, la Gioconda di Leonardo e 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Il pubblico ride, ma i cinefili sono una razza pericolosa. Si devono temere rappresaglie?»
Giovedì 27 novembre alle ore 21.30 presso il Cinema Centrale di Lucca, il Circolo del Cinema presenta in esclusiva LA CLASSE di Laurent Cantet, un film che descrive un anno di vita di una scuola parigina, vincitore della Palma d'oro all'ultimo Festival del Cinema di Cannes.
Di seguito una recensione di Silvia Levanti da delcinema.it:
Un anno di vita dentro le mura di una scuola multietnica di Parigi: questo è il percorso scelto da Laurent Cantet- Leone d'oro nel 2001 per A tempo pieno e Palma d'oro 2008 proprio per quest'ultimo quarto lungometraggio - in cui accompagnare lo spettatore attraverso la storia del giovane insegnante caparbio François e quella della sua classe di liceali, turbolenta e vitale.Il film nasce dal romanzo Entre les murs - un grande successo editoriale in Francia nel 2006 - il cui autore François Bégaudeau, insegnante di un liceo parigino, ha collaborato sia alla sceneggiatura che ben impersonato il professore dall'umanità intensa e fragile al tempo stesso, il cui desiderio di ritrovare il senso del proprio lavoro si misura nel quotidiano scontro dialettico con i suoi alunni.Il montaggio ritmico accompagna vere e proprie schermaglie linguistiche in punta di fioretto attraverso dialoghi brevi e diretti la cui ironia, a tratti disperata ed arrendevole, viaggia agilmente in un continuo interscambio tra la lingua ufficiosa, vissuta con profondo disagio dai ragazzi, e la realtà multietnica di genitori che comunicano solamente con la lingua d'origine. Anche gli idoli calcistici della nazionale francese, le cui differenti etnie sembrerebbero livellarsi sotto un'unica bandiera, sono motivo di orgoglio e di rivalsa, feticci in cui proiettare il profondo bisogno di ricercare una propria identità, pur fragile, all'interno di una società che faticano a comprendere e che percepiscono estranea ed ostile.Sono sempre le parole con il loro peso specifico ad essere opportunità di riflessione o scintilla dalle drammatiche conseguenze: intorno ad esse gravitano piccole e grandi problematiche - dalle lamentele per il costo elevato del caffè in mensa al disagio degli adulti di fronte all'irriverenza di alunni troppo presto identificati come "difficili" - portando ulteriori elementi nel comporre il quadro quotidiano di insegnanti sempre in bilico tra buoni propositi e un muro di adolescenti sfiduciati dal futuro di cui non vedono la porta.La continua tensione sembra infine stemperarsi verso il finale, in quella partita di calcio dove professori e studenti si mescolano con allegra anarchia, due mondi lontani che si sfiorano nel gioco, ma destinati a rimanere incompresi perfino a loro stessi.Con lo stile asciutto che lo contraddistingue, Cantet riesce nella non facile impresa di descrivere la realtà scolastica nelle sue dinamiche più complesse senza lasciar spazio a proclami retorici, grazie anche al cast di giovanissimi "non attori" la cui interpretazione intensa ha regalato al film spontaneità ed una grazia notevole.
Stasera, 17 novembre, alle ore 21.30 presso il Complesso di San Micheletto, si terrà la proiezione in eswclusiva di "RIZE, Alzati e Balla" del fotografo David LaChapelle. La serata rientra nel ciclo del Circolo del Cinema "Cuore giovane" ed è organizzata in collaborazione con il LUCCAdigitalPHOTOfest2008.
Giovedì 13 Novembre alle ore 21.30 presso il Cinema Centrale, il Circolo del Cinema di Lucca presenta The Hurt Locker il nuovo film della regista di Strange Days e Point Break, Kathryn Bigelow. Il film rientra tra gli appuntamenti de I Giovedì al Centrale nel ciclo “Cuore giovane”.
Di seguito una recensione del film tratta da Sentieri Selvaggi di Guglielmo Siniscalchi:
«Una tempesta di “deserto rosso” scuote la quiete apparente dei viali della laguna. Fra dune di sabbia quasi lynchiane si incontrano/scontrano i corpi e le traiettorie, il fuoco e le fiamme, i confini ed i territori, di un film-limite come The Hurt Locker dell’americana Kathrin Bigelow. Un mare di cupa luce, corpi e linee dello sguardo infuriati ed il paesaggio che sembra esploderti dentro: The Hurt Locker lascia implodere le geometrie della “guerra di guerriglia” in Iraq fra le pieghe dell’anima di uomini disperati in un gioco continuo di sovrapposizioni e dissolvenze fra il “dentro” ed il “fuori” di territori di carne bruciata e corpi di sabbia e dune. L’impero militare americano raccontato dal di dentro, quasi in una “soggettiva” di un assurdo videogame spara-e-fuggi dove però si muore e ci si lacera, non solo la pelle, per davvero. The Hurt Locker, ovvero l’Inland/Empire dell’ultimo conflitto americano, lo sguardo dal “di dentro”, quasi dall’”entroterra” – ma non era questa anche la visione del film di Teguia? – di una guerra sporca che la televisione non ha potuto né saputo raccontare (se pensiamo che il bellissimo Redacted di Brian De Palma non ha trovato alcuna distribuzione in Italia l’anno scorso capiamo come la guerra in Iraq sia ancora una specie di tabù visivo…). Seguendo l’imperativo hitchcockiano “bisogna filmare tutto, far vedere tutto” e la lezione teorica, ma non visiva, del Godard di For Ever Mozart, la Bigelow spinge sull’acceleratore della visione sovrapponendo le immagini di un gioco al massacro che oscilla fra la visione di una guerra collettiva devastante e le devastazioni di vite private consumate dalla “dipendenza” adrenalinica da situazioni di guerra. Scritto dal reporter Mark Boal, girato in Giordania, ed interpretato da tre straordinari attori come Jeremy Renner, Anthony Mackie e Brian Geraghty (ma il cast vede anche la presenza di Guy Pearce, Ralph Fiennes e David Morse), The Hurt Locker è la storia delle giornate della squadra di artificieri EOD, ragazzi volontari pronti a rischiare la vita per disinnescare congegni ad alto potenziale esplosivo. Mestiere rischioso ed adrenalinico, droga del corpo e dell’anima che pian piano sembra deformare corpo e psiche di un giovane sergente fuggito da una donna ed un figlio appena nato che non riesce ad amare. Fra corpi-bomba pronti ad esplodere, agguati silenziosi e giornate dove anche l’amicizia è segnata dalla violenza e dal contatto fisico – vedi la sequenza della “rissa” serale fra amici nell’accampamento yankee ma anche il tenerissimo abbraccio fra il sergente ed il ragazzino iracheno “Beckam” -, la Bigelow lascia che lo sguardo nervoso e teso della sua macchina da (p)resa si perda lentamente seguendo la discesa agli inferi di questi militari “tossicomani”, si arrenda a paesaggi notturni bruciati da fiamme e bombe. A tutto questo “deserto rosso”. Fino all’ultima lacerante sequenza che torna con lo sguardo a Vancouver tentando di ricostruire un’impossibile normalità familiare, filmando un padre militare che non “riconosce” e fugge davanti a suo figlio: ancora padri e figli dispersi, metafore viventi di un Paese e di tutto il cinema americano della modernità. L’Inland/Empire di una guerra maledetta che finalmente qualcuno ha deciso di filmare, raccontare, mostrare…»
Stasera, lunedì 10 novembre, alle ore 21.30 al Complesso di San Micheletto, si terrà in esclusiva la proiezione gratuita di PALINDROMI, film mai uscito al cinema dell'autore di Happiness, Todd Solondz. A seguito una recensione al film tratta da MyMovies.it e il trailer del film:
Fabio Ferzetti scrive: «Una ragazzina che vuole fare un figlio a tutti i costi, una mamma che la costringe ad abortire (e nell’operazione la poveretta perde l’utero), una fuga per le strade dell’America profonda che porta l’ingenua Aviva, nome palindromo (si legge sia da destra che da sinistra), fra i bambini di Mama Sunshine, piccoli ciechi, epilettici, leucemici, focomelici, che però cantano, ballano, giocano e pregano insieme in letizia. Senza sapere che gli amici della provvida Mama Sunshine, un medico buontempone e un ex-galeotto redento, meditano spedizioni punitive contro un dottore abortista... A raccontarlo Palindromes di Todd Solondz (concorso), regista borderline di film geniali e maledetti come Happiness e Storytelling , sembra una totale follia. A vederlo è anche peggio, dunque meglio. Un enigma, una beffa divisa in capitoletti, una farsa tragica o una tragedia da ridere che gira in cerchio (come vuole il titolo) alternando otto, dicansi 8 diversi interpreti nel ruolo di Aviva: due donne, quattro ragazze di 13-14 anni, una bambina di 6, perfino un ragazzino di 12. Non bastasse, due attrici sono nere, una bambina e un’adulta obesa. Forse perché il soggetto è la diversità. O meglio il cambiamento, l’ardente desiderio - e in definitiva la totale impossibilità - di cambiare. Non chiedeteci di esser chiari perché Solondz fa di tutto per restare ambiguo e ci riesce benissimo. L’unica cosa chiara è che la piccola Aviva fa bene a fuggire da mamma Ellen Barkin, anche se passa solo da un inferno all’altro, e come le confida infine il cugino pedofilo ribellarsi è inutile, siamo quel che siamo, dobbiamo solo accettarlo. Mentre Solondz costruisce uno sguardo tutto suo in cui tristezza e comicità, orrore e pietà, derisione e compassione, si mescolano e si confondono in un blend disagevole quanto calzante. Generando uno di quei sentimenti indefinibili che cambiano la nostra percezione del mondo e costringono a inventare aggettivi (ma purtroppo “solondziano” suona male).» Da Il Messaggero, 8 settembre 2004
L'ultimo film di Sokurov questa sera al Cinema Centrale di Lucca (per info, mappe, ecc. visitate il sito del Circolo del Cinema www.circolocinemalucca.it) alle ore 21.30: ALEXANDRA.
Il film racconta le vicende di una donna, interpretata dalla grande cantante Galina Vishnevskaya, vedova di Rostropovic, va a visitare il nipote di stanza in Cecenia. La guerra c'è, è evidente, e non c'è nemmeno bisogno di stare a ricordare ragioni e perché. Sokurov non banalizza le posizioni in campo ma, come John Ford, ritiene che agli anziani spetti il compito di fermare la guerra.
Alexandra è in questo senso il suo film più dolente, annegato in un beige seppiato che sembra voler strappare via i colori che differenziano le superfici degli uomini per giungere a ciò che ci rende simili gli uni agli altri. Un'immensa lezione di cinema che conserva saldamente negli occhi Germania anno zero di Rossellini e Furore di Ford.